lunedì 27 giugno 2011

La persi e la ripresi con la forza che non avevo

Dopo giorni terribili, in preda al panico e al dolore mentale e psicofisico, il mio corpo allo stremo delle forze e di ogni logica collocazione aveva riluttato il mio tentativo di sopravvivenza portandolo più che altro ad un estremo tentativo di suicidio. Il cocktail micidiale di alcolici e farmaci aveva ridotto le mie fibre a piccoli sarcomeri deboli e sfilacciati. Lei era diventata un miraggio, una visione da acidi. Avevo deciso di dipingerla.
Ore e ore passate a rivedere e a ripensare uno dei periodi artistici più travagliati e particolari della mia penosa carriera avevo riscoperto il piacere di dipingere e avevo raffinato le mie doti su quel soggetto paradisiaco. Inoltre per il caldo afoso e terribile che colpiva quelle giornate, la splendida figura misteriosa se ne stava rinchiusa in casa con le sue finestre spalancate e il suo corpo divino in attesa di un segnale portato dal vento.
Il blu dei suoi occhi era introvabile, come il rosa della sua pelle, e la sua rappresentazione grottesca quasi drammatica rendeva a pieno la difficoltà e la fragilità della mia mente.
Un lussemburghese sperso in terra spagnola innamorato della figura più eccitante che il suo sguardo avesse mai catturato in attesa di un romanzo che non arriverà mai coperto da amore e dolore racchiusi in un maledetto dipinto.
Fottuto quel giorno che la vidi, o quanto la voglio prendere baciare possedere, la voglio scopare in ogni angolo della sua casa e voglio che il mio corpo in migliaglia di rapporti lunghi intensi e provocanti le trasmetta tutte le sensazioni che racchiude dentro di se. Voglio che quel suo corpo che ora mi sembra così lontano diventi parte del mio corpo come un nuovo organo in grado di darmi nuova vita. Voglio che le nostre effusioni siano prolungate e distaccate soltanto dalla tua candida pelle che ricopre il blu introvabile a intervalli regolari. Voglio del sesso che sia amore ma che si distacchi così tanto dall'amore che l'eccitazione nuda e cruda avvolga i nostri corpi e li pervade per lunghe ed interminabili ore.
Così il mio romanzo prendeva vita, mentre nel resto del tempo, tra patatine al formaggio e bicchieri lunghi e profondi di vino rosso la mia mano consumata ed epica, riproduceva senza sosta su una tela sentimenti mai ricambiati.
E poi il silenzio. La visione si trasforma. E il mio corpo esplode pervaso ormai da emozioni perverse.

domenica 26 giugno 2011

Guardando l'attimo che fila via.

Foglio dopo foglio, l'inchiostro non serviva neanche più era solo il contorno del vuoto che accompagnava le mie giornate, eppure attraverso quel vetro vedevo tutto ciò che avevo bisogno. Gambe perfette, ogni giorno colori diversi che si appoggiavano al suo corpo incastrandosi come in un opera d'arte il tocco finale dell'artista, le perle blu che occupavano il suo viso si voltavano verso questi vecchi mattoni pieni e le singole cellule del mio corpo vibravano mandandomi in uno stato di estasi di blocco temporale indefinito. La sua pelle simile e distante a ogni rosa era riempita dall'inchiostro che tanto mi mancava in singoli punti che sembravano scelti casualmente ma non avevano niente di casuale, il nero dei suoi capelli contrastava come un fotomontaggio la lucentezza del suo sguardo. La vedevo che si vestiva, che guardava svogliata il giornale, che osservava con vanità giovanili le sue piccole mani. I miei fogli vuoti erano sempre più pesanti e il mio affittuario sempre più irritato, il mio sguardo invece era sempre li, fermo e immobile a osservarla, l'incantesimo si spezzava ogni qual volta i suoi passi affrontavano le scale di quel vecchio palazzo e la mia depressione sprofondava in quelle pagine bianche dove solo il mio inchiostro sarebbe dovuto sprofondare, le mie mani consumate si grattavano in una frustrante attesa di un ritorno che avveniva sempre più tardi. Lo dicevo io, mi aveva fatto perdere oltre alla mente anche il tempo che poi non è alto che una concezione meramente mentale. La mia psicologa prima che le spiegassi che non potevo più pagarla mi ripeteva che dovevo incontrarla, che dovevo parlarle, spiegarle che ogni giorno la osservavo maniacalmente e sapevo ogni parte, ogni centimetro di lei. Lei non capiva cosa voleva dire osservare, cogliere, captare, elaborare. Uno scrittore fallito deve sempre saper osservare, capire che cosa sta guardando.
Lei era l'unico motivo del mio non suicidio, non avevo mai avuto paura della morte, in realtà la vedevo più come una decisione di finire ciò che non ti soddisfa.
Il telefono squillava da giorni, agente, editore, ex fidanzata rompi coglioni, affittuario, tutti volevano delle risposte, io volevo soltanto lei, quel suo sguardo sempre ammiccante, quella sua pelle perfetta, quel suo fisico statuario. Non era un'attrazione fisica, ne spirituale, ne tanto meno la vedevo come la mia musa visto che non tiravo giù due righe da troppo tempo.  Lei era lì io ero qui, due sguardi che non si incrociano mai, due vite che non hanno nulla in comune, due palazzi di epoche diverse, due età che non coincidono, due modi di vedere il mondo che sono distanti. Quante fottute e inutile seghe mentali.
Faccio un sogno ricorrente. Io apro la porta di una stanza, una stanza molto cinematografica, una porta che fluttua nel vuoto più assoluto, la porta è bianca è la salvezza, io la apro sapendo che li dentro ci sarà lei e invece c'è solo un'altra porta e il gioco va avanti all'infinito finché il caldo o le sostanza ad alto tasso di variazione nervosa variano per l'appunto il mio stato di debole umano parzialmente rincoglionito.
Una volta avevo provato a mangiare un amanita, un fungo allucinogeno che si trovava nel bosco, quel corpo perfetto che contemplavo ogni giorno al posto di sparire rimaneva li e le uniche allucinazioni che avevo erano quelle che mi facevano credere di tornare a scrivere.
Ogni tanto quando la guardo penso, forse aveva ragione mio padre, non ho mai fatto quello che volevo nella vita, perché l'unica cosa che volevo fare nella vita non l'avevo ancora scoperta. Era guardare. Il guardarla era una benzina naturale, un anticorpo vivente verso ciò che aleggiava nel resto. Inteso come mondo.
Quando sfioravo la mia pelle ancora cicatrizata dagli ormoni giovanili pensavo chissà com'è la sua pelle, sarà morbida, liscia, soffice..e poi lei veniva risucchiata dagli impegni e dal suo maledettissimo telefono dal quale non si staccava mai. Il mio HTC invece non riusciva proprio a risucchiarmi, vibrava e suonava ma la mia grande dote e forse l'unica era continuare a guardare quella finestra senza distrazione, fa più male l'ignorare che la rabbia.

lunedì 13 giugno 2011

E' gira tutto intorno alla stanza una notte di mezza estate.

Onestamente, chi cazzo ha voglia di scrivere? Nessuno, io onestamente ora non ho proprio voglia di fare un cazzo di niente zero assoluto davvero niente di niente. Veramente me ne starei volentieri sdraiato sul letto a sfogliare i pensieri come pagine di giornali eppure nonostante ciò sono qua e non so neppure perché.
Cazzeggio dietro a una cazzo di tastiera scura che non mi trasmette nulla che non sia noia su altra fottuta noia. Evidentemente la mia mente ha passato il momento post fine della scuola il momento scazzo generale, il momento mostra il tuo lato tenero Only F*****g man !. Tutto sfila davanti come un'icona inutilissima del tuo altrettanto inutile IPhone. I bassi dominano abbattiamo la voce fuck yeah!. Obbiettivamente è così. Questo tempo di merda mi da letteralmente alla testa mi lascia quasi un vuoto che non puoi neanche immaginare davvero una rottura di cazzo incredibile. Eppure oggi al ritorno sotto la pioggia ero quasi rilassato dal sapere una volta ritornato a casa di poter cazzeggiare in simpatica allegria con me stesso. Basta mi sono rotto il cazzo. Magari chiudo pure questo blog e evito di aprirne altri.

mercoledì 8 giugno 2011

It's time to play

Il respiro affannoso mentre lo osservava. L'ondulazione dei polsi mentre le mani stringevano un unione quasi simbolica. Sentiva le loro sensazioni, le loro emozioni filtrare nella sua mente, apparire come un cumulo di informazioni mal'espresse, mal concepite. Ogni piccola ondulazione del corpo inerme davanti a lui creava un brivido un movimento impercettibile sulla sua pelle. Lo continuava ad osservare come un prezioso premio, un interessante creatura.
Non indossava maschere o oggetti simili il suo volto nella notte sarebbe stato perfettamente riconoscibile a un occhio abituato al buio, barba ispida e poco curata sul suo volto, un piccolo anello al labbro inferiore, i capelli tirati indietro ogni cosa era al suo posto in quel momento, tranne lui stesso.
Colpo dopo colpo la sua espressione non cambiava mai, tranne qualche rapido movimento del labbro in senso compiaciuto e soddisfatto. Non l'aveva mai spaventato il sangue e l'udito era sempre stato staccato in quei momenti, come una bolla per l'appunto, le grida i movimenti per scostarsi tutto era finito molto prima del previsto in quei momenti, un taglio netto alla senza via di scampo, le sue mani ora poggiate sui polsi della vittima, il viso ormai era spento e bianco. Il tempo non era mai esistito per lui.